Registri la telefonata o scrivi direttamente? È
un’intervista domanda e risposta? Ma prima di tutto mi consenti tu una domanda?
Perché questi libri deve continuarli a scrivere un cane sciolto della sinistra e
non uno di destra?». Giampaolo Pansa, 72 anni, alla vigilia dell’uscita del suo
I gendarmi della memoria (Sperling & Kupfer), in libreria da martedì
prossimo, parla con il tono burbero e irridente del vecchio cronista. L’autore
de Il sangue dei vinti e di altri libri di straordinario successo che hanno
descritto con onestà la storia della Resistenza italiana e degli sconfitti,
torna a raccontare «le miserie nascoste della nostra guerra interna», ma coglie
l’occasione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, descrivendo con ironia
le «pallide arroganze» degli intolleranti della sinistra dell’anno 2007. Appunto
quelli che definisce “gendarmi della memoria”. Nelle prime righe di uno degli
ultimi capitoli del libro, lo sfogo di Pansa è illuminante: «Sono un vero
ingenuo. In questi anni ho sempre pensato che, prima o poi, la sinistra si
sarebbe resa conto di una verità: una lettura serena della guerra civile non era
soltanto un obbligo etico o politico, ma rientrava pure nei suoi interessi di
bottega. Infatti, il parlare di quella tragedia con equità, e senza soffocare le
voci dei vinti, le avrebbe dato un’immagine più liberale. E soprattutto meno
arrogante, meno proterva, meno ringhiosa. Mi sono sbagliato. La sinistra
italiana non esiste più. Le tante sinistre che hanno preso il suo posto, a
tutt’oggi sono dieci, hanno sempre smentito la mia speranza. Il partito più
forte, o meno debole, i Ds, mi ha osteggiato o ignorato. Rifondazione comunista
mi ha combattuto. I Comunisti italiani mi hanno
disprezzato, sia pure senza avere il coraggio di dichiararlo in modo aperto. Dei
Verdi non so dire, perché non li ho mai sentiti. Ma immagino che anche loro,
come le altre sinistre, siano inchiodati al rifiuto di qualunque onesto
revisionismo. E sempre, come accade in tutte le sinistre, per due ragioni poco
onorevoli: l’ottusità culturale e il terrore di perdere qualche elettore».
Ma perché tanta ostilità nei confronti della sua opera storiografica?
Mi
stupisce che chi lavora al Secolo me lo domandi. Per tanti anni chi ha vissuto
quegli anni dalla parte dei vinti è stato costretto con il sasso in bocca.
L’antifascismo autoritario si è comportato come la mafia. Il messaggio era
chiaro: “Tu non devi parlare, stai zitto”. In questo volume racconto le azioni
d’intolleranza in occasione della presentazione dei miei libri.
Lo documenta bene descrivendo alcuni episodi come «l’agguato di Reggio
Emilia» quando un gruppo di Antifascismo militante fece un’irruzione
nell’albergo dove si presentava “La grande bugia”…
Con il tam tam su
internet, soprattutto finché era attivo il sito di Indymedia, i centri sociali
si organizzavano per fare gazzarre alle presentazioni dei miei libri. Me li sono
ritrovati anche in città non certo di sinistra, come Latina e Frosinone. Qualche
libraio, poveretto, mi ha detto: dottor Pansa, lei fa la sua presentazione e poi
se ne va, ma noi restiamo e poi ci sfondano le vetrine.
Cose del genere accadono agli autori che si occupano di criminalità
organizzata. Anche lei è costretto ad andare in giro con la scorta quando
interviene in qualche incontro pubblico…
Infatti ho scelto di rinunciare a
qualsiasi presentazione di questo libro. Tutti scriviamo che la polizia non ha
risorse e ha pochi mezzi e io dovrei farmi proteggere da polizia e carabinieri,
a spese dei contribuenti?
Pansa come Roberto Saviano, l’autore di “Gomorra”?
No, perché lui si
occupa dell’attualità e rischia la pelle anche più di me. Ma per quanto mi
riguarda, per protesta contro questa democrazia zoppa non vado a presentare
libri…
Lei racconta ne “I gendarmi della memoria” che le espresse pubblica
solidarietà per l’intimidazione di Reggio Emilia, il presidente Giorgio
Napolitano. E gli altri del centrosinistra?
Soltanto il giorno successivo
alla contestazione, quando su tutti i giornali c’era la notizia della
solidarietà del Capo dello Stato, chi si fa vivo? I tre cammelloni. Prodi,
Veltroni e Fassino. Per telefono e rigorosamente in privato.
Perché non hanno espresso solidarietà pubblicamente?
È evidente: non
vogliono inimicarsi quel mondo legato all’ala regressista della loro
maggioranza. L’Anpi, pur non avendo più il peso politico di una volta in alcune
regioni d’Italia, è ancora una lobby potente.
A proposito dell’Anpi, ha una sua amara ironia il capitolo “Cuneo brucia
sempre”, quando l’associazione dei partigiani sfidò un settimanale locale a
documentare il fatto che nel cuneese le donne uccise dai partigiani erano state
almeno centocinquanta…
A scorno dell’Anpi i nomi uscirono stampati per 15
puntate. E storie così, in tutta Italia, sono ancora tante. Ecco perché il mio
lavoro è tutt’altro che esaurito. Purtroppo, però, c’è ancora tanta reticenza.
Conosco politici importanti della sinistra che sono figli o nipoti di personaggi
importanti della Repubblica sociale, ma che tengono nascosta questa parentela. E
se glielo chiedi, si stupiscono che tu lo sappia.
Intanto i suoi libri riscuotono un enorme successo di pubblico, anche tra i
giovani. Inoltre “Il sangue dei vinti” diventerà finalmente una fiction
televisiva….
L’apprezzamento tra le nuove generazioni mi rincuora. Perché non
c’è futuro senza passato. Per quanto riguarda invece il film, credo che
comincino a girarla a ottobre. Mi hanno fatto leggere la prima stesura della
sceneggiatura, ma non mi piaceva: aveva a che fare poco con il mio libro. Temo
che alla fine diventerà uno sceneggiato “tratto liberamente” dal *Sangue dei
vinti*. Del resto, pensi che una storia in cui si parla dei famigerati
repubblichini senza sputargli addosso, possa essere trasmessa dalla Rai? A viale
Mazzini, nel regno dei cattocomunisti? Allora sei più ingenuo di me.